Cascina Monterobbio
Ieri ho partecipato ad una riunione per dare seguito alla manifestazione di interesse presentata al Comune di Milano da parte di una serie di cittadini e associazioni per la gestione della Cascina Monterobbio. Scopo della riunione, direi molto saggiamente, era fare in modo che tutti quelli che avevano presentato progetti a proposito della cascina si potessero confrontare per vedere quali sinergie potessero esserci. Oltre gli organizzatori della riunione, che rappresentavano implicitamente tutte le progettualità storicamente legate alla cascina, c’erano gli autori di tre progetti, tutti molto interessanti e che sono risultati molto simili, visto che le destinazioni d’uso della cascina non differivano sostanzialmente l’una dalle altre. Le differenze, se devono essere ritenute tali, derivavano più dalle origini dei tre proponenti e si riflettevano sulle componenti sociali del progetto identificando soggetti differenti, ma tra loro del tutto complementari, che avrebbero potuto beneficiare dell’intervento. La caratteristica comune ai tre progetti, ad onor del vero uno su questo punto poteva differire ma non è importante per il tipo di ragionamento che vorrei portare avanti, era che presupponevano sostanzialmente la presenza di un investitore terzo rispetto a loro. Essendo questo il tema di fondo della riunione, sono stati importanti due interventi successivi, il primo che quantificava i termini dell’intervento e il secondo che definiva in maniera inequivocabile le caratteristiche del bando che il Comune emetterà a breve.

I presenti hanno concordato che le dimensioni dell’intervento complessivo potevano essere ricondotte ad una cifra compresa tra i 3,5 e i 5 milioni di euro e che, tenendo conto come base di ragionamento i 5 milioni di euro, veniva affermato che la quota interessi che la Cascina avrebbe dovuto restituire per i prossimi 30 anni era pari a 300.000 euro annui. Sostanzialmente veniva affermato che non avrebbe avuto senso fare qualsiasi intervento sulla cascina se economicamente questo non avrebbe potuto pagare 300.000 euro annui di interessi passivi.

Tenendo presente che tutte le componenti della riunione davano allo scopo sociale il reale motivo dell’intervento di ristrutturazione, interveniva un amministratore pubblico che sostanzialmente affermava che i vincoli sociali della ristrutturazione non avrebbero dovuto superare una soglia tale da rendere antieconomico la ristrutturazione della stessa. Le parole usate probabilmente rendevamo meglio il concetto: gli spazi antieconomici, cioè quelli destinati a fini sociali, dovranno essere calcolati in modo tale da non disincentivare l’imprenditore che ci metterà i soldi a ristrutturarla.

Nella sostanza un evento tutto sociale come una riunione, dove venivano presentati progetti tutti con valenza sociale, si scontrava sempre con la dura realtà economica rappresentata concretamente dall’impotenza dei soggetti presenti a risolversi autonomamente i propri bisogni. Tenendo presente che tra i soggetti ci sono anche le istituzioni pubbliche la sensazione con cui ho lasciato il luogo non era delle migliori.

Sono abbastanza navigato per sapere benissimo che è una situazione normale ma il dubbio che mi sorgeva era se il caso era veramente tale. La situazione di crisi economica favorisce sostanzialmente chi i soldi li possiede e questo caso ne è la dimostrazione più lampante visto che, un bene pubblico (la cascina è comunale), utilizzato socialmente (la cascina è il riferimento sociale di quella zona) e con soggetti che credono che l’utilizzo debba continuare ad essere socialmente utile (passano il loro tempo a discuterne e farne progetti) per essere ristrutturato deve remunerare quel mondo finanziario a tal punto che probabilmente il bene alla fine non dovrà più rispondere ai fini sociali ma solo a fini economici. Se trattiamo i fini come interessi  e abbiamo una sufficiente dose di ironia, abbiamo un caso in cui un interesse pubblico diventa la molla per soddisfare un interesse privato, infatti è la molla sociale a spingere il pubblico ad agire. Se questo non bastasse devo ricordare  che la  motivazione che dovrebbe spingere un privato ad investire è ancora determinata da un evento pubblico visto che la soluzione proposta è di trasformare la cascina in  struttura ricettiva guarda caso per Expo 2015. Forse ancora più divertente è una tesi citata ieri: la crisi farà cambiare gli usi e costumi degli italiani visto che più andremo avanti troveranno più consono avere un’occasione di svago in città piuttosto che una gita costosa fuori porta come potevano permettersi in tempi pre crisi.

Dunque siamo noi che attualmente possediamo la cascina, attualmente ne beneficiamo per attività sociali e vorremmo continuare a farlo. Siamo noi che siamo in crisi sia come singoli che come collettività e che in quanto tali abbiamo accettato quei vincoli, che impedendoci di utilizzare la moneta per quello che ci serve, ci costringono ad accedere a quello stesso mercato che alla fine ridimensionerà pesantemente i nostri diritti appropriandosi di un bene che attualmente è nostro.

Se tutto questo è chiaro dobbiamo domandarci se è economicamente vantaggioso per noi fare questa operazione. Attenzione non ideologicamente, come avrebbe potuto sembrare dalle frasi precedenti, ma proprio economicamente. Siamo in grado di creare un conto economico e uno stato patrimoniale spalmati su più anni che rappresentino bene tutte le variabili in campo e che sia economicamente più vantaggioso per i soggetti partecipanti di quello prospettato ieri?

La domanda non è così peregrina come sembra perché il modello deve includere anche i possessori degli attuali assets, siano essi tangibili come la cascina e la disponibilità di forza lavoro, siano essi intangibili come la necessità di  luoghi dove i disoccupati possono passare le loro giornate e dove la classe media potrà trascorrere ore piacevoli meno costose delle vacanze esotiche. Il modello deve includere anche le politiche di sviluppo che la città si sta dando, incluso Expo e anche quella tensione a riorganizzare il rapporto tra città e campagna necessario per un corretto sviluppo dei prossimi anni. Siamo in grado di costruire un contesto linguistico le cui parole ci permettano di creare scenari diversi e con questi, generare report paragonabili a quelli dell’attuale contesto economico ? Siamo in grado di costringere loro a rendere il significato delle loro variabili utilizzando le nostre parole per verificare la reale economicità delle loro soluzioni.

Impostata così la partita mi sembra giocabile e la Cascina Monterobbio assurgerebbe ad essere quello che abbiamo sempre pensato e cioè la porta tra Milano e quel Parco Sud, direttrice di nuove pratiche su cui costruire il futuro di questa città.

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