Forse, invece di correre dietro all’ennesima tecnologia “disruptive” in nome di un comprensibile amore per dei servizi migliori, dovremmo iniziare a porci la questione della sostenibilità di queste nuove economie basate su reti digitali. Un’economia anarco-capitalista, dove la produzione è automatizzata e tutti combattono uno contro l’altro per delle paghe da fame è uno scenario insostenibile. Forse allora conviene tornare a imbracciare Kropotkin, e il suo meraviglioso libro “Mutual Aid”, per (re)imparare dal passato a sostenerci a vicenda, a condividere risorse quando le nostre non sono abbastanza per vivere e ad organizzarci per estendere questi diritti a tutti, indistintamente. Passare dalla politica degli ottanta euro alla classe media al reddito di base, per intenderci, o a un sostegno diretto alla creazione di imprese digitali no-profit efficienti e sostenibili. [Fonte…]

cattivissimo_me

Internet sta trasformando i modi in cui le persone si informano, producono e distribuiscono contenuti e si connettono tra loro. Alcuni studiosi come te e Yochai Benkler descrivete questi fenomeni come l’ascesa dell’economia della condivisione, basata su un uso collettivo dei “beni comuni digitali”. Cosa intendi per “economia della condivisione”?

Ci stiamo muovendo da un’economia di scala, adatta ad un periodo storico in cui abbondavano l’energia e le materie prime, ad un’economia di scopo, basata sul principio della condivisione delle conoscenze (es. fare di più a partire dalla stessa risorsa). Questa economia si fonda sulla diffusione delle pratiche open source nei domini della cultura, dell’informatica (il software libero), del design (le automobili basate su progetti open source, oggetti basati su schede madri Arduino).

Le pratiche di consumo collaborativo (collaborative consumption) – più comunemente note come sharing economy – consistono nella condivisione di infrastrutture, beni e strumenti (per esempio piattaforme online per la condivisione peer-to-peer di spazi di lavoro, attrezzi, automobili ecc). Quando i due domini della comunità globale dell’open design che produce beni comuni materiali e immateriali e della comunità degli imprenditori etici e innovatori sociali che producono beni materiali attraverso mezzi di produzione distribuiti si fondono, accade sempre qualcosa di interessante e di positivo.. Il mio grande sogno è che gli attori delle economie no profit (cooperative, sociali e solidali) scoprano le pratiche della produzione peer-to -peer per un sistema cooperativo basato su pratiche open source. [Fonte…]

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