Occorre avere completa percezione, dopo quasi un ventennio, dei profondi cambiamenti che in Italia sono intervenuti con il passaggio dalla lira all’euro. Indubbiamente, i cambi di moneta (lo insegnava Luigi Einaudi) producono nell’immediato il rischio di perdita di potere d’acquisto, ma, superata da lungo tempo la fase di cambio della moneta, ora occorre esaminare i dati riferiti all’Italia dei cambiamenti intervenuti dall’epoca della lira a quella dell’euro su alcuni elementi fondamentali dell’economia. Elementi come l’inflazione (e, conseguentemente, l’erosione del potere d’acquisto della moneta), i tassi sui depositi, sugli impieghi (i prestiti) alle famiglie e alle imprese non finanziarie e i tassi sui titoli di Stato a lungo termine. Come si evidenzia in tabella, negli anni 8o del Novecento l’inflazione arrivò anche oltre il 20% per ridursi progressivamente man mano l’Italia si avvicinava alla moneta unica che l’ha stabilizzata a livelli molto bassi, salvo due limitate ricrescite nel 2008 e nel 2011-2012, in concomitanza con lo scoppio delle due più acute crisi internazionali degli ultimi decenni. Parallelamente ai dati sull’inflazione (che, con la lira, riduceva fortemente il potere di acquisto) i tassi sui depositi si sono ridotti, ma negli anni 8o l’inflazione era perfino doppia o comunque molto più alta dei tassi sui depositi, per cui le cospicue redditività dei depositi erano soprattutto apparenti. I tassi sugli impieghi (prestiti) alle famiglie e alle imprese sono molto fortemente calati con il passaggio dalla lira all’euro e si sono stabilizzati a livelli infimi: ciò favorisce le famiglie consumatrici, i mutui e i prestiti alle imprese che vengono praticati a condizioni mai prima esistenti e rappresentano forti risparmi per le famiglie e le imprese. Infine, i tassi a lungo termine sui titoli pubblici hanno anch’essi visto una forte progressiva riduzione man mano che l’Italia si è avvicinata ed è entrata nella moneta comune. La forte trasformazione degli ultimi decenni ha avuto molti limiti, ma dai dati emerge il fatto che l’Italia è passata da una moneta debole, che subiva una forte inflazione (e quindi un calo del potere d’acquisto), con tassi cronicamente alti o altissimi, a una moneta più forte e stabile che ha abbattuto il pluridecennale male italiano dell’inflazione, e ha ridotto fortemente i tassi d’interesse di ogni tipologia, con vantaggi soprattutto per gli investimenti delle famiglie e delle imprese e per la riduzione dei costi dello Stato per far fronte ai propri debiti. L’avversario da battere è lo spread, coda evidente delle anomalie italiane rispetto alle più efficienti economie dell’Occidente, in particolare evidenzia i costi e i rischi di un Paese come l’Italia che ha un debito pubblico molto rilevante, soprattutto rispetto alle proprie capacità produttive. Questi dati rappresentano elementi oggettivi che vanno tenuti in conto per un dibattito economico che deve divenire meno preconcetto, più razionale, più basato sudati oggettivi ormai divenuti di storia economica, e che devono essere la premessa anche per le grandi scelte strategiche di politica economica nazionale come i prossimi bilanci dello Stato.

Inflazione, tassi impieghi famigle e societa

di Antonio Patuelli
Presidente Ass. bancaria italiana

Fonte Sole 24 ore del 11/9/2019