Alcuni passaggi dell’interessante intervento di Giorgio Gori sul Foglio del 20/1/2020

Quando parlo di specificità del caso italiano mi riferisco alla caratteristica unica dell’Italia all’interno dell’Unione europea e tra i paesi sviluppati: siamo l’unico paese sostanzialmente fermo da vent’anni. Tra i 28 stati dell’Unione e tra i 19 della zona euro, negli ultimi vent’anni c’è stato un processo di convergenza. Il pil è aumentato in tutti i paesi e le distanze tra gli stati si sono ridotte. L’Italia è l’unica eccezione. Nel 2000 il reddito reale pro capite italiano era pari al 103 per cento della media della zona euro. Nel 2018 è sceso all’86 per cento, perdendo 17 punti. Rispetto all’Unione europea, l’Italia nel 2000 era al 120 per cento della media. Nel 2018 si ritrova 25 punti più in basso (95 per cento). Mentre negli ultimi vent’anni tutti i paesi hanno aumentato il pil pro capite, l’Italia è l’unico ad avere un pil pro capite inferiore a quello del 2000. Siamo caduti e non ci siamo rialzati: da quando abbiamo toccato il fondo, nel secondo trimestre del 2013, il nostro pil è aumentato solo del 4 per cento, meno della metà della Grecia, del Portogallo e della Finlandia, che ci precedono nella parte bassa classifica; un terzo di quello francese; un quarto di quello tedesco, un quinto di quello inglese e un sesto di quello svedese. Dopo la grande depressione gli altri hanno ripreso a correre tutti: paesi che hanno praticato l’austerità e paesi che l’hanno ignorata, paesi dell’area euro e paesi con moneta nazionale: noi no. È vero, siamo usciti per ultimi dal tunnel e a differenza degli altri paesi, meno indebitati, abbiamo affrontato con maggiore lentezza la crisi bancaria. Questo aggiunge una spiegazione, ma non cambia il dato di fondo: siamo un paese fermo da vent’anni con un debito che rischia di strangolarlo. Anche l’austerità è un’illusione, se si è fermi. Dal 1996 a oggi l’Italia ha registrato un avanzo primario medio del 2 per cento all’anno. Vuol dire che nella media di questi anni, al netto degli interessi, le uscite dello stato italiano sono state significativamente inferiori alle entrate. Se fossimo una famiglia potremmo dire d’aver complessivamente risparmiato e  “messo da parte” una cifra, ai valori attuali, pari a circa 700 miliardi di euro. Nessun paese occidentale è stato altrettanto virtuoso. La Germania non ha fatto altrettanto, eppure… Nei trend del debito italiano non c’è praticamente traccia di tutti questi anni di disciplina di bilancio. Dal 2006 a oggi mentre il debito pubblico della Germania scendeva dall’86 per cento al 68 per cento del pil  il nostro è salito dal 104 per cento al 134 per cento: ben 30 punti, a causa degli interessi che ogni anno sono andati ad aggiungersi al totale (nel 2019 65 miliardi, saranno 76 quest’anno) ma soprattutto perché in questi quindici anni la nostra economia è cresciuta solo dello 0,5 per cento medio, quasi nulla. La Germania, il cui debito è un quarto del nostro, nel frattempo è cresciuta tre volte di più. L’austerità dunque non basta (anzi, a volte fa danni). Se l’Italia non riprende a crescere è come cercare con fatica di riempire un secchio bucato. Siamo in un loop di debito che cresce, interessi che si mangiano tutto e pochi euro residui in deficit per dare qualche stimolo al paziente e fare un po’ di protezione sociale. Certo, c’è il contrasto dell’evasione fiscale, ma è pensabile che basti a risalire la china? Occorre una crescita, quindi, senza la quale c’è poco da redistribuire. E in particolare è fondamentale rilanciare la produttività, che è stagnante addirittura dagli anni Novanta. C’è un dato in particolare che colpisce: la produttività totale dei fattori che indica la capacità di incorporare le nuove tecnologie  è ferma ai livelli del 2000. Come se la rivoluzione tecnologica che c’è stata in questi ultimi decenni non ci avesse neppure sfiorato! È abbastanza impressionante.

Il problema accomuna l’industria e i servizi. Siamo la seconda manifattura d’Europa ma rischiamo il sorpasso da parte della Francia, che ha una produzione manifatturiera di poco inferiore alla nostra con 800 mila addetti in meno. Un addetto in Italia crea 60 mila euro di valore all’anno, in Francia 73 mila, e in Germania 77 mila. E purtroppo non esistono bacchette magiche. La produttività è il frutto di una serie di fattori, su ognuno dei quali è necessario agire per recuperare un lungo ritardo. Per cambiare marcia servono più investimenti: privati, pubblici e delle multinazionali. Tra il 2012 e il 2019 i depositi delle aziende sono cresciuti di 128 miliardi: bisogna convincerle e investire nel digitale, in ricerca, in nuove soluzioni organizzative, in capitale umano (come siamo riusciti a fare con la prima fase di Industria 4.0, muovendo 240 miliardi di euro, e come oggi fatichiamo a fare). E perché le aziende si decidano a investire servono un’amministrazione pubblica più efficiente, una forte semplificazione delle norme e della burocrazia e una giustizia più rapida. Non solo: in un mercato che sempre di più premia chi è capace di innovare, noi scontiamo la bassa spesa in ricerca e un sistema formativo antiquato, che comprime la qualità del capitale umano; scontiamo i riflessi di un debito pubblico elevato, la carenza di infrastrutture, l’alto livello dell’evasione fiscale, l’elevata età media della nostra forza lavoro, l’eccessiva centralizzazione della contrattazione, che non riflette le differenze di produttività.

Una recente ricerca dell’economista Marco Simoni aggiunge una spiegazione: da metà degli anni Novanta al 2007 l’Italia ha importato troppe e diverse riforme economiche dall’estero, incoerenti tra loro, col risultato di mettere insieme un mix letale di rigidità e flessibilità che ha fortemente penalizzato il sistema produttivo. Nell’economia globalizzata e digitalizzata crescono le imprese ben integrate nelle catene globali del valore e che operano nei settori ad alto tasso di innovazione. Noi di imprese con queste caratteristiche ne abbiamo troppo poche. Anche al nord, dove sono molte quelle integrate al livello internazionale, ma in molti casi in settori tradizionali esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo. Ma soprattutto abbiamo un tessuto produttivo fatto per più del 90 per cento di aziende piccole e piccolissime, che fanno fatica a trarre benefici dal progresso tecnologico e che anche per questo hanno una produttività nettamente inferiore alla media delle imprese più grandi. La maggior parte sono imprese famigliari che neppure considerano l’idea di ingaggiare un manager; e in generale esprimono una modesta domanda di competenze, che è la ragione per cui l’Italia, pur avendo pochi laureati, spesso li lascia a spasso o li spinge ad andare all’estero: perché il sistema produttivo non li chiede o non sa valorizzarli (e quando li assume li paga mediamente poco).

Il quadro è questo, e la previsione è presto fatta. Se l’Italia non emancipa la sua struttura produttiva innanzitutto promuovendo forme di fusione/aggregazione/cooperazione tra imprese, con un vero salto di scala rischia di posizionarsi sui segmenti di minor pregio nella catena del valore e di diventare la periferia economica dell’Europa. Ed è questo a mio avviso, più della globalizzazione, che spiega in Italia il problema salariale, e quindi una parte significativa delle diseguaglianze che riscontriamo nel nostro paese. In altri paesi innanzitutto in quelli anglosassoni, qui assai meno  si nota ormai da diversi anni il progressivo scollamento tra produttività e salari, determinato dalla tecnologia e in particolare dalle nuove piattaforme digitali, con un vantaggio per il capitale che è sempre più difficile (ma necessario) riuscire a sottoporre alla giusta imposizione fiscale. Assistiamo poi anche qui a una polarizzazione del mercato del lavoro, tra buoni posti di lavoro adeguatamente retribuiti  non molti per la verità, in Italia  e tanti nuovi lavori di bassa qualità e di bassa remunerazione, tanti part time involontari, soprattutto nei servizi. È una situazione a cui dobbiamo urgentemente porre rimedio con l’applicazione delle previsioni dei contratti nazionali siglati dalle organizzazioni più rappresentative e l’introduzione del salario minimo per chi sta fuori dal perimetro della contrattazione. Ma se tra il 2009 e il 2019 i salari in Francia sono mediamente cresciuti del 7 per cento, e in Germania dell’Il per cento, mentre in Italia sono calati del 2 per cento, questo non è per colpa del capitalismo selvaggio, del neoliberismo e quant’altro: è principalmente colpa della produttività che è rimasta al palo, nella manifattura come nei servizi. Non a caso, come ha fatto rilevare Carlo Stagnaro, l’indice di diseguaglianza del reddito non è particolarmente peggiorato in Italia rispetto al livello su cui si è assestato dagli anni Ottanta (paradossalmente peggiora rispetto agli altri paesi europei se misurato post tax, a significare che gli altri paesi usano meglio di noi la tassazione e la spesa pubblica per redistribuire). Con la crisi, è l’intera distribuzione dei redditi al netto delle frazioni più alte che si è impoverita, e l’impoverimento dei segmenti più bassi è in buona parte dovuto al massiccio afflusso di immigrati (peraltro esclusi dai benefici del Reddito di cittadinanza).

Ecco perché la riflessione sulle diseguaglianze e sulla protezione deve tener conto del “caso italiano” e agire di conseguenza. L’Italia è tra i paesi più “diseguali” d’Europa perché è tra i paesi meno produttivi d’Europa. Esattamente come in Italia le maggiori diseguaglianze non si registrano né in Veneto né in Lombardia né in Trentino, che sono anzi ben sotto le medie europee, ma al sud, nelle aree meno produttive e competitive del paese. Per questo sostengo che la nostra missione di giustizia sociale debba partire dal lavoro. Servono ovviamente anche forme di protezione passiva perché i poveri ci sono e vanno sostenuti  ma non ho dubbi: il primo modo per proteggere una persona è darle gli strumenti per accedere a un lavoro dignitoso.

Il problema demografico infine è gigantesco. Lo sappiamo ma fingiamo di non saperlo. Un recente studio di Bankitalia ce lo ricorda. Nel 2041 tra vent’anni gli over 65 saranno in Italia un terzo della popolazione. La spesa previdenziale toccherà allora secondo Eurostat il suo picco, pari al 18,3 per cento del pil, e graverà sulle spalle di una popolazione attiva decimata: gli under 54 saranno 8 milioni in meno rispetto ad oggi. Se nel frattempo non si porrà efficacemente rimedio, l’Italia si ritroverà allora con 1,2 milioni di residenti in meno nonostante il contributo (che però si immagina in calo) dei flussi migratori che diventeranno 5,6 milioni nel 2060, tra 40 anni. A questo corrisponderà attenzione un crollo del 15 per cento del pil e del 13 per cento del pil pro capite (stime confermate dal think tank tedesco Bertelsmann Stiftung, che traduce in valori assoluti: meno 286 miliardi nel 2040, meno 493 miliardi nel 2050). Solo che “porre efficacemente rimedio”, nel breve medio periodo, è praticamente impossibile. È certamente positivo che il governo abbia finalmente messo a tema il sostegno alle famiglie e alla genitorialità, a partire dall’investimento sugli asili nido. Ma quand’anche riuscissimo a invertire il trend demografico, e riportassimo la natalità sui più alti livelli europei, cosa difficile da credere ma su cui occorre assolutamente lavorare, questo non avrebbe effetti sul mercato del lavoro prima di venti o venticinque anni. Voglio dire con questo che la questione demografica merita un’attenzione ben maggiore di quella che la politica  e non solo in Italia  le riserva. Personalmente la considero grave quanto il riscaldamento globale. Con la differenza che sul clima assistiamo a una generale mobilitazione, per quanto a oggi ancora non sufficiente a mutare quanto necessario il corso degli eventi. Dai milioni di giovani che riempiono le piazze del mondo ai grandi summit internazionali, la sostenibilità è diventato in pochi anni il criterio irrinunciabile di ogni iniziativa, impresa, progetto, comportamento collettivo o individuale. L’Unione europea pone il Green New Deal, con investimenti per mille miliardi di euro, al cuore della propria missione. E per la demografia? Non c’è consapevolezza e non c’è reazione adeguata. Il Foglio si è occupato spesso e approfonditamente di questo tema, anche in un articolo della settimana scorsa, riportando l’eloquente titolo del Financial Times di qualche giorno prima: “La bomba demografica a orologeria dell’Europa”. Nel 2035 tra soli quindici anni  il nostro continente si troverà con 50 milioni di persone in meno in età lavorativa.

Articolo intero sul IL Foglio del 20/1/2020