Per molti, le assonanze più immediate della cultura collaborativa sono con l’open culture: l’insieme di forme organizzative, tecnologiche ed economiche sviluppate nel mondo anglosassone, talvolta in contrapposizione e talvolta in continuità con il mix di liberismo economico e libertarismo culturale che oggi chiamiamo Ideologia Californiana.

L’open culture, partendo dal do-it-yourself delle prime controculture hacker ed ibridandosi con il sistema produttivo del capitalismo testosteronico statunitense, si è declinata prima in un pulviscolo di start up e poi in un sistema di mega-corporation oligopolistiche. È all’interno di questo paradigma che sono divenute familiari ai più cose come l’uso delle licenze open source nella programmazione, la scrittura collaborativa attraverso piattaforme wiki, il paradigma degli open data, le licenze Creative Commons e l’esternalizzazione della ricerca e sviluppo nelle aziende attraverso forme di open innovation.

Ma l’open culture non è stata altro che la divulgazione in chiave non conflittuale – se vogliamo, sterilizzata – di una serie di pratiche nate attorno ai movimenti sociali degli anni ’90 e ’00: i primi che si sono trovati a combinare le forme sottoculturali e comunitarie sviluppate nei decenni precedenti con nuove pratiche di collaborazione nate con l’avvento di Internet. Reti peer-to-peer per il file sharing e incontri fisici per la condivisione di archivi di musica e film. Archivi collaborativi on line e lavoro distribuito su codice e ipertesti. Meeting di hacker, reti informatiche dal basso e collettivi di attivisti per i media indipendenti.

Da alcuni punti di vista si è trattato dell’attualizzazione in chiave digitale delle esperienze delle riviste underground, delle radio libere e delle fanzine punk. Da altri, invece, ha costituito la creazione di un nuovo humus culturale nel quale le istanze libertarie e di lotta alle disuguaglianze si sono legate indissolubilmente ai valori come la consapevolezza tecnologica in quanto strumento di lotta politica, la condivisione libera dell’informazione, il ricongiungimento tra teoria e pratica, la valorizzazione della produzione dal basso e dai margini, la trasformazione dell’esistente attraverso azioni comunitarie.

Alcuni spunti presi dall’articolo di Betram Niessen Cosa significa cultura collaborativa, dall’Accademia di Atene alla nuova crisi economica che vi consiglio di leggere nella sua interezza possono dare indicazioni preziose per rivedere in chiave post Covid19 la vita di una comunità, quella di Mezzago, che in questi anni ha fatto dell’innovazione sociale il suo elemento coesivo.

Molto interessante è quanto avvenuto nella Coop sotto Coronavirus dove la necessità di dare risposte innovative a problemi quotidiani si è presentata in modo forte e concreto.

A proposito della discussione dell’altro ieri. Il primo crea le occasioni perché qualcosa accada il secondo permette di trovare qualcosa che è accaduto.