A Chicago può capitare di vedere dei telefonini accesi appesi agli alberi. Non è un’installazione di arte contemporanea ma l’ultimo, disperato espediente per accaparrarsi un lavoro, anzi un “lavoretto”. In questo caso, la possibilità di consegnare un pacco Amazon al posto di un altro fattorino, battendolo sul tempo nell’acquisizione della corsa.

Gli alberi sono ad esempio quelli fuori alle sedi di Whole Foods, grande distributore di alimenti biologici acquisito tre anni fa da Jeff Bezos e che ora sta sperimentando i “dark market”, supermercati senza clienti, in cui i commessi scelgono e confezionano gli ordini fatti online e ne dispongono la spedizione rapida.

Per velocizzare le operazioni di consegna, da cinque anni Amazon ha messo a punto “Flex”, un sistema simile a Uber per reclutare corrieri privati disponibili ad effettuare con mezzi propri le consegne come lavoro supplementare per integrare il bilancio familiare. O meglio, di lavori “supplementari” forse si poteva parlare in passato: da quando la crisi del coronavirus ha aggredito il mercato del lavoro la “gig economy” (l’economia appunto dei “lavoretti”) è diventata fonte di sostentamento primario per molte famiglie. Ed ecco che la competizione per chi si accaparra per primo la consegna può diventare feroce.

I driver privati possono prenotarsi per una consegna scaricando sul proprio telefonino l’app Flex e in base alla vicinanza si aggiudicano il “blocco”, che può durare anche un paio d’ore al giorno e può essere programmato in anticipo. Nel caso di Whole Foods, trattandosi anche di alimenti freschi, si ricorre agli “instant order”, gli ordini istantanei la cui consegna va garantita in un arco di tempo che va dai 14 ai 45 minuti. La presa in carico dell’offerta istantanea dura pochi minuti, se la app è lenta o il driver pasticcia rischia di perdere il lavoro, quello sì “all’istante”.

Amazon non specifica quanto paga i suoi driver: nelle pubblicità che esaltano la possibilità di diventare “boss di se stessi” – in piena retorica da “gig economy” – la paga media è di 18 dollari, circa 15 euro, “più le mance”. Un prezzo competitivo con altre aziende, e soprattutto un’offerta che cade nel pieno di una profonda crisi nel settore, se si considera che quest’estate solo Uber in America ha lasciato a casa 3700 dei suoi autisti.

Ed ecco allora spuntare i telefonini sugli alberi. A cosa servono? Secondo l’agenzia Bloomberg, che li ha visti e fotografati, sono telefoni “ponte”, che intercettano l’ordine immediatamente fuori al magazzino da cui l’ordine stesso parte e poi lo trasmettono ai cellulari personali che i driver avevano preventivamente sincronizzato. La prossimità con la fonte elettronica dell’ordine garantisce l’acquisizione automatica rispetto persino a un driver che stia seduto in auto sul marciapiedi di fronte al magazzino.

È probabile che i telefoni “appesi” servano più persone contemporaneamente e che poi questi distribuiscano i lavori ai driver in una sorta di filiera da subappalto clandestino. In questo modo si aggirano i requisiti richiesti per fare il corriere (essere in possesso di patente regolare, poter lavorare in America) e i 15 euro che sembravano una paga competitiva possono anche arrivare a dimezzarsi nelle tasche dei driver. Pratica espressamente vietata dai termini di servizio di Amazon ma che finora è risultata difficile da intercettare dagli algoritmi dell’online store. A meno che non si voglia credere che i telefoni crescono sugli alberi.

Da Repubblica 9/9/2020