Ho partecipato di recente ad un incontro dove la frase che mi ha colpito di più era “L’Italia è piena di esperienze di autorganizzazione“.

L’incontro aveva come scopo l’organizzazione di un convegno che, nel titolo proposto, aveva da un lato la parola Democrazia e dall’altro l’entità che attualmente sia in grado di rappresentarla meglio. La riunione verteva proprio nell’individuare quali siano le esperienze prodromiche di una nostra democrazia meno asfittica dell’attuale. E’ evidente che la scelta dell’altra parola è la prima tassonomia che in qualche maniera definisce tutto quello che è capace di innovarla o sostanziarla di nuovo. E’ sottinteso che la seconda parola doveva afferire a qualcosa di collettivo, qualcosa che fosse in grado di reinventare un’organizzazione collettiva come è un sistema democratico. 

E’ da questo schema che nasce l’identificazione dei soggetti innovativi come quelli che, in qualche modo, hanno un rapporto conflittuale con le istituzioni e la scelta di come classificarli, in prima istanza, è stato l’oggetto della discussione. Visto che le istituzioni erano sempre sullo sfondo, molto spesso, si è accennato al fatto che questa intervento potesse anche diventare strumento per interagire con queste, soprattutto nella accezione politica che loro bene o male rappresentano.

Questo era il contesto e vi posso assicurare che le tesi presentate sono state molto stimolanti.

Tra tutte le parole dette mi è rimasta impressa l’espressione che ho riportato nel titolo. Mi ha colpito molto per il valore sintetico che ha in sé e perché in fondo è rimasta l’espressione che riassumeva meglio tutte le declinazioni che ne sono state fatte. Chiaramente non è stata la sola affermazione fatta, ma per un momento vorrei isolarla dalle altre, e dedicarmi un attimo a dipanare che cosa per me significa e cercare così di partecipare al dibattito a cui ho assistito.

Un corollario di analisi emerso con evidenza, dal quale non possiamo prescindere, è che le esperienze autorganizzate sono molto diverse le une dalle altre e sono puntiformi, discrete,  visto che, nonostante la loro diffusione, appaiono separate tra loro o territorialmente o qualitativamente, dato che si occupano di temi molto diversi tra loro. Oltre tutto hanno anche caratteristiche organizzative diverse che ancora non sono state bene analizzate.

Tutte quelle elencate nel dibattito e che hanno poi fatto da guida al discorso, avevano congruentemente un rapporto conflittuale con l’istituzione, ed è stato esplicitato che questa scelta derivava dal fatto che la loro capacità di innovare nasce proprio dall’impossibilità che questo avvenga nelle istituzioni, viste ontologicamente come ingessate.

E’ evidente che l’obbiettivo era di organizzare qualcosa capace di mettersi al loro servizio e la necessità più volte ribadita era di partire da una loro catalogazione, ponendo implicitamente il tema della creazione di una tassonomia attraverso la quale iniziare in percorso di comprensione e quindi di un possibile aiuto.

Detto questo la mia voglia è di ripartire proprio dalle parole esperienze e autorganizzazione.

Esperienze la riconduco alle soggettività che operano, per cui lascio gli approfondimenti di questo termine ad un altro momento anche se, il fatto che la conoscenza acquisita dai soggetti, arrivi da un percorso esperienziale è sicuramente un tratto distintivo che in qualche modo utilizzerò.

Credo che auto ha implicito il concetto del fare da sé. Quelli che sono deputati a fare per me, non stanno facendo qualcosa che ritengo risponda alle mie necessità, allora mi arrangio da solo. In questa parola c’è dunque un’analisi, cosa non fanno per me,  e una risposta, il mettersi in moto.

Ma una analisi parte sempre dal conoscere quello che non mi soddisfa. Il conoscere non è detto che sia sempre di tipo cognitivo ma può passare dall’esperienza e potrebbe essere etero diretto dall’emotività. Credo che chi auto-agisce non dovrebbe essere influenzato da questo terzo caso, ma sono sicuro che se esiste la possibilità di auto-organizzarsi questa possa essere passata come messaggio per nascondere operazioni non di questo tipo.

In tutti questi tre casi c’è dunque il problema del trasferimento di conoscenza. Sia che me lo dica qualcuno, sia che ho compreso da solo, individuo che cosa non mi soddisfa e se ho la percezione  che posso farlo da solo agisco o meglio agisco in autonomia rispetto a quello che non mi soddisfa.

Devo dunque conoscere ma soprattutto devo avere la possibilità di farlo. Questo è importantissimo da capire perché altrimenti non potrei dare risposta alla mia esigenza. Quindi posso auto-organizzarmi per cambiare il Governo della Repubblica, ma vista l’impossibilità di farlo, a nessuno è venuto in mente di ricostruire una città o rifare un sistema produttivo.  Questi limiti di orizzonte però sono peculiari di realtà sociali specifiche, perché, se qui da noi hanno puntato allo Stato in altri contesti, con la tecnologia, stanno facendo operazioni secondo me ancora più strutturali.

Comunque è più facile fare da solo, qualcosa che riesco a fare da solo o in gruppo, se le risorse che voglio manipolare hanno un livello di accesso alla mia portata. La terra è una di questa. Anche se sappiamo tutti che non è vero, un orto è semplice da fare. Servono solo terra, acqua e semi, ma la cosa più importante è che se ce la faccio, ottengo da mangiare. Lo stesso è con la Cosa Pubblica. E’ lì, e se io faccio delle politiche più intelligenti, otterrò qualcosa da subito. Le risorse informatiche, dove sono disponibili, date in mano ad un buon programmatore, genereranno sicuramente l’innovazione del secolo (mito delle start up nei garage).

Quindi oltre la possibilità di farlo è la possibilità di successo del cambiamento, un altro elemento che sta alla base del mettersi in gioco.

Se per un attimo riconduciamo il senso della parola organizzazione al  modo in cui implemento la mia soluzione possiamo analizzare alcune declinazioni dell’intera parola auto-organizzazione.

Sicuramente il trattino mette in relazione un soggetto con un ente collettivo.

Se la relazione rappresenta una contrapposizione del tipo: un sé contro molti, ‘io’ identifico un’organizzazione come incapace di e quindi mi organizzo contro, soggetto contro istituzione, in questo caso la parola nella sua interezza indica che la modalità di implementazione della soluzione è data proprio dalla contrapposizione. E’ il fatto che mi sto autorganizzando, l’in sé dell’atto e quindi le modalità con cui questo avviene, non sono indicative di un qualcosa di specifico.

Spesso e volentieri ci troviamo però davanti a casi dove la voglia di implementare in modo diverso la propria soluzione, non ha questa carica di contrapposizione al tutto. E’ quella sfera di discorso in cui un soggetto pensa che la sua soluzione organizzativa sia migliore di quella che vede.  D’altro conto spesso e volentieri io non voglio cambiare un’organizzazione visto che magari ho bisogno solo di qualcosa che è organizzativamente gestito da lei.

E’ il caso ad esempio in cui le risorse materiali, e non solo, sulle quali voglio agire in realtà appartengono almeno funzionalmente a chi non soddisfa i miei bisogni. La terra è un buon caso ma anche le risorse di calcolo per i programmatori hanno la stessa valenza. Sono tutti quei discorsi che partono del tipo: se avessi quelle risorse io le organizzerei in modo diverso perché ritengo che come sono attualmente organizzate non mi soddisfa. Il sistema agroalimentare non mi piace tout court ma ho bisogno della terra per farne uno diverso.

Visto che chiunque pronunciasse frasi del tipo “se fossi stato io al posto di Ventura saremmo sicuramente andati ai mondiali”  apparterebbe a questo universo interpretativo basta ricordare  che stiamo cercando un modo di definire delle esperienze di autoorganizzazione in essere, vive che stanno agendo e non a qualcosa non ancora attuato.

Ma se le caratteristiche della parte ‘auto’ della parola sono rispettate e quello che viene generato o è oggetto di osservazione è una ‘organizzazione’ è ancora lecito parlare di auto-organizzazione, soprattutto se stiamo parlando di esperienze in essere?

Lo ‘stemperamento’ della contrapposizione apre il campo ad elementi di indagine.

Proviamo questa volta ad analizzare la parola organizzazione nella sua autonomia.

Se mi contrappongo in termini organizzativi contro un’organizzazione nel suo insieme questo risulta evidente ma, se cambio degli elementi strutturali all’interno delle regole organizzative vigenti, l’esterno non riesce ad accorgersene.

E’ quello che avviene ad esempio con la cooperazione. Se faccio una cooperativa, soggetto giuridico riconosciuto, per gestire ecologicamente un territorio, non ho la stessa visibilità che se faccio un’occupazione di un territorio perché lo voglio gestire ecologicamente. Se faccio dell’innovazione tecnologica e poi questa appartiene al mondo del profit, non viene riconosciuta come innovazione tout court, anche se provoca un cambio di modello organizzativo e quindi non ne vengono individuati i caratteri innovativi.

Quindi nella parola organizzazione in realtà ci stanno gli elementi distintivi ma anche gli elementi che identificano il campo di intervento e chiaramente la dinamica tra queste energie opposte.

Spesso non si conosco gli aspetti primigeni che hanno portato alla nascita di un sistema organizzativo o di una sua particolare sezione e quindi si ha la necessità di implementarne dei nuovi, che spesso lo sono solo nel nome,  portandosi dietro l’incapacità di cogliere le caratteristiche storiche della loro evoluzione.

Questo è ad esempio un tema cruciale che ci permetterebbe di capire quali organizzazioni sono diventate vecchie e quali sono le caratteristiche che dovrebbe avere un’organizzazione per essere classificata come nuova.

Non dimenticando mai che è nell’insieme della parola auto e organizzazione che sono definiti i temi contro i quali io voglio fare innovazione e quindi sostanzialmente le risorse che saranno oggetto della mia attività innovativa.

Se iniziamo ad analizzare la parola organizzazione nella sua accezione temporale questa implica la capacità di quello che ho prodotto di durare nel tempo. Implica la capacità di relazione tra i soggetti che parteciperanno e quindi all’organizzazione delle relazioni tra questi, ad esempio nei processi decisionali.

L’evidenziare gli elementi di distinzione è la tecnica primaria per delimitare uno scenario di contrapposizione ma questo impedisce, normalmente, l’individuare quello che porta innovazione organizzativa non spostando il contesto di riferimento in cui un’organizzazione opera. Come possiamo individuare queste tensioni ad esempio per utilizzarle in altri contesti? Di cosa abbiamo bisogno perché anche le strutture  organizzative in sé possono essere oggetto di indagine?

L’organizzazione normalmente è riferita a soggetti complessi e quindi implica la relazione con le strutture complessive in cui un sistema opera. Posso fare innovazione di una determinata parte, ma questa può essere fruita solo all’interno di una struttura più grande. Produco un pomodoro tradizionale buonissimo ma non voglio o non so come venderlo. In questo caso ho bisogno di mettermi in relazione con altri soggetti per acquisire competenze o conoscenza e quindi ho bisogno di modelli di organizzazione differenti che ad esempio accettino la mia “differenza”.

In questa condizione ho una serie di problemi tra i quali riconoscere quali sono gli elementi di un organizzazione per poter capire cosa io non ho ancora organizzato, ma soprattutto per capire di quali competenze io necessito che non ho dovuto acquisire nel mio processo di auto-organizzazione. Questo processo spesso non compreso genera dei modelli organizzativi incompleti che vengono definiti innovativi perché sicuramente sono differenti da quelli storicamente esistenti proprio solo perché sono incompleti.

A latere c’è tutto un tema relativo alle organizzazioni che sono in grado di stimolare la capacità dei soggetti di esprimersi in autonomia. Come dovrebbe essere fatto un sistema che permetta l’auto-organizzazione dei suoi partecipanti? Questa domanda non è peregrina perché credo che sia la domanda chiave. Stiamo vedendo la nascita di esperienze di auto-organizzazione perché è il momento storico giusto, perché ci sono le condizioni materiali e immateriali perché questo avvenga?

In realtà non è che esiste una contrapposizione tra modelli di auto-organizzazione del passato e la necessità di inventarne dei nuovi? Non è che i modelli di auto-organizzazione sono i modelli sui quali è basata l’evoluzione biologica, quella sociale e che adesso l’evoluzione sta facendo nascere l’idea che è possibile il crearne altri di più efficaci per creare un convivio umano differente?

E scusate un’aggiunta del tutto personale. Non è che dobbiamo partire ad individuarli proprio da quei settori che hanno la possibilità di accedere a risorse che abbiamo da un lato, la capacità di ottenere un sostentamento possibile attraverso le proprie capacità, come la terra e le capacità di calcolo e, dall’altro che queste stesse risorse siano in grado di generare, tramite il confronto con loro, quell’autoproduzione di sé che permette veramente di innovare quello che abbiamo la sensazione sia diventato stantio?

Scusate questo lungo gioco sulle parole l’Italia è piena di esperienze di auto organizzazione.

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