Qualche mese fa mi arriva da una mailing list la segnalazione del convegno Giornate di Studi Interdisciplinari “Geografia e Tecnologia”. Come potete intuire mi ha incuriosito molto, scorro il programma e tra le varie sessioni scopro il lavoro di Luisa Carbone

L’informazione Geografica – Luisa Carbone

Stamane svegliandomi mi sono ricordato di quel lontano evento e visto che ricordare, cercare e, se fortunati, ritrovare le cose che la memoria ha fatto emergere è un’attività comune di noi umani mi sono domandato dove avevo messo il libro di Luisa che avevo comprato. Mi sono ricordato che avevo comprato l’e-book e visto che non lo faccio mai, preferisco la carta, non sapevo dove andare a cercarlo. Ci ho dormito un po sopra e alla fine mi sono ricordato come accedere alla mia kindle-library.

Mentre scorrevo le pagine della Carbone, magari il titolo del libro vi dice il perché, L’informazione geografica: linguaggi e rappresentazioni nell’epoca del knowledge graph, mi è venuto in mente che in fondo un supermercato compie le stesse funzioni. Non ce ne accorgiamo perché alcune parti del ciclo precedente sono talmente automatizzate che non le vediamo più ma se ci pensate bene quando vi ricordate che dovete mangiare, andate a cercare dove potete trovare il cibo e vi recate al supermercato nel grande centro commerciale.

Vedendo le cose da questo punto di vista ci rendiamo conto che qualcuno, ad un bisogno primario, molto più diffuso del leggere libri, come il mangiare, ha dato un soluzione organica al problema.

Il punto è che non è una soluzione neutra. Evitando di approfondire quanto ci dice l’immaginario sottostante all’immagine della signora con il carrello, vi ricordo solo i due elementi che derivano dal ciclo precedente: per essere soddisfatto devo trovare il cibo che mi aspetto, che conosco, ma siccome devono trovarlo tutti, le varietà a banco saranno per forza un numero limitato, perché sarebbe impossibile mettere in un solo luogo i desideri particolari di ciascuno.

Quindi la frequenza di acquisto provoca la reingegnerizzazione dei gusti verso un valore medio, cosa che si ribalta a priori sulle modalità di produzione, pochi prodotti in grandi quantità disponibili per la maggior parte dell’anno, sulle modalità di identificazione della qualità, meglio se standard industriali senza ticchiolatura e sui nostri stili di vita.

Per poter soddisfare un bisogno primario in questa modalità devo cambiare profondamente gli stili di vita anzi è meglio pensare che questa modalità sia consona ad uno stile di vita dove anche i bisogni primari sono funzionali ad una comunità così ampia da poter essere definita globale. Non vi devo certo insegnare io qualcosa a proposito dei flussi versus i luoghi ma sicuramente, rispetto allo schema che ci siamo messi in testa di analizzare, quello del supermercato è congruente con un mondo basato sui flussi.

Nei flussi tutto è definito e funzionale ad uno schema generale paradigmatico dove ciascun soggetto deve essere messo solo nella condizione di scegliere e prendere quello che gli serve tra quello che passa. 

Sono esemplificative in tal senso le mappe di Google dove voi di una qualsiasi area geografica potete trovare elencati solo un certo numero di esercizi e se notate sono per la maggior parte di tipo economico o di pubblica utilità. La varietà degli oggetti trovabili è basato su un numero ristretto di variabili, altrimenti non potrebbero essere classificati e quindi selezionati. Lo stile di vita è fondato sull’abituare all’uso di qualcosa e quindi a riconoscerlo quando ne ho bisogno.

Screenshot – Via Marghera a Milano su google maps

La butto là ma non l’approfondisco questo metodo implica che il prezzo è un discrimine fondativo. Essendo una scala numerica nella quale vengono maggiormente apprezzate le cifre basse, questo provoca che l’industria alimentare scarichi sulle sue pratiche di produzione agricola tutti i costi che non può imputare al consumatore finale.

Ma i flussi riescono a soddisfare tutti i bisogni primari che abbiamo? Per fortuna no anche se spesso non riusciamo a distinguere modalità diverse di risoluzione di questi. Ad esempio il pattern che abbiamo preso in analisi nel caso del libro è più complesso visto che quello che scegliamo molto probabilmente contribuirà a formarmi e quindi provocherà un cambio su quello che sceglierò dopo. Potremmo quasi dire che nei flussi le opzioni di scelta anche se molto ampie le decidono gli altri, nei luoghi, le scelte precedenti influiscono su quelle successive come se provenissero dal luogo/persona che vanno a determinare.

E’ forse per questo che non funzionano le profilazioni che ormai tutti criticano? Se ci classificano per quello che decidono essere qualificante, per tassonomie fisse, non potranno mai prendere in considerazione che noi cambiamo continuamente in funzione di quello che abbiamo imparato.

Per me si può quasi dire che in un caso noi scegliamo quello che altri hanno prodotto mentre nell’altro noi produciamo quello che abbiamo imparato a fare. E’ forse per questo che amo le popolazioni evolutive per la cui spiegazione rimando a Salvatore Ceccarelli.

Popolazioni Evolutive – Salvatore Ceccarelli

Le popolazioni sono composte da molte varietà ed evolvendo si adattano al luogo dove crescono. Non diventeranno mai univoche anche se volessi marchiarle con un nome visto che dovranno sempre far riferimento al posto dove sono cresciute e all’anno in cui sono vissute. Proprio come noi l’anno dopo saranno diverse a partire proprio dalla loro composizione e dal sapere che hanno incorporato su clima e terreno.

Vi sfido a ricordare i nomi delle rape di copertina. Io faccio fatica a ricordare il cognome di Alessio e spero che lui non se ne abbia a male.

Ma questi oggetti non possono entrare in un supermercato, anche se cercano di farvelo credere (le famose eccellenze), sia perché non potete conoscere la loro esistenza a priori ma soprattutto perché generano qualcosa una volta che hanno iniziato ad esistere. Tutto questo pone dei seri problemi di conoscibilità e per me assomigliano a delle opere culturali visto che contribuiscono alla formazione della mia personalità. Devo in qualche modo ritenere le informazioni che loro generano e per farlo devo utilizzarle per creare qualcosa a partire da loro sia a livello essenziale che a livello di relazione umana con chi le ha prodotte.

Ecco che tornano i flussi versus i luoghi, gli individui versus gli abitanti. In un caso siamo fruitori di qualcosa di globale e che per definizione può avere un numero finito di variabili nell’altro, abitando dove viviamo, partecipiamo alla sua costruzione anzi è la sua costruzione che determina quello che noi possiamo fare incluso i bisogni primari e i pattern necessari a soddisfarli. Complessivamente il numero di variabili che definiscono l’insieme è infinito tante quanto sono le spighe di quella popolazione. Ops ma popolazione si può riferire anche a qualcosa di diverso dai cereali!!

Il ciclo della ricerca da cui siamo partiti è fondamentale per la vita di noi umani e, possiamo intuire da quanto detto sin qui, che deve essere profondamente diverso se applicato ai flussi o a luoghi. In uno viene utilizzato per cercare i tortelli Rana nell’altro le rape di Alessio. Vi consiglio di conoscerlo di persona ma vi avverto che non aumenterà la produzione di rape anche se diventerete molti quelli che andranno a Soncino visto che si sta occupando direttamente nella costruzione di comunità.

E non fidatevi di quelli che vi dicono che costruiscono comunità ma in realtà costruiscono sistemi di approvvigionamento che veicolano, intermediandoli, attraverso l”esigenza di sistemi distribuitivi alternativi. Sicuramente avremo un efficientamento della struttura territoriale ma questa, se non governa o meglio è governata da chi mangia, non differirà molto da un supermercato tradizionale visto che comunque, con le dovute proporzioni, dovrà posizionarsi accanto ad Amazon Fresh. Come vedete è sempre la forma distributiva che governa il tutto e per risolvere radicalmente il problema deve essere rigidamente locale.

Queste sono proposte alternative di commercio elettronico alternativo
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