La digitalizzazione è l’elemento chiave che viene ormai riconosciuto come causa dell’aumento dell’efficienza del settore produttivo, distributivo e dei servizi. Ampiamente affermato all’interno delle grandi aziende, siano esse distributive o produttive, dove ha ormai pervaso tutta la supply chain, negli ultimi anni ha subito un’accelerazione dall’incontro con le grandi reti documentali messe a disposizione dagli enti finanziari, integrazione dei cicli di pagamento, e dagli enti pubblici, fatturazione e sistema fiscale. 

A tutto questo si è aggiunto nell’ultimo decennio il dialogo con le piattaforme al servizio di settori specifici, un ottimo esempio sono i servizi turistici, o di settori generalisti come i marketplaces, siano essi di tipo b2c o b2b. Da buon ultimo, ma non meno importante, la necessità di posizionamento commerciale per servizi come Google o Facebook come front end di e-commerce globali. Questo fenomeno può essere esplicito, quando si aderisce a piattaforme di terzi utilizzando le loro interfacce di connessione o implicito quando moltissimi utilizzano gli stessi software di terzi sia in forma completa che come supporto all’integrazione di piattaforme generali per pagamenti come stripe.com o per pubblicità come Google.

Tutto questo fermento è stato implementato dalle grandi aziende integrando i sistemi esistenti con le piattaforme di servizi esterne o in forma più strutturale reingegnerizzando i loro sistemi informativi in piattaforme documentali, utilizzando ampiamente servizi in cloud, trasformando così, a loro volta, i propri sistemi informativi in repository documentali analizzabili da strumenti di intelligenza artificiale e quant’altro.

Un fenomeno non secondario, che si sviluppa in contemporanea essendone la necessaria conseguenza, è l’automazione dei processi. Digitalizzando i documenti risulta intuitiva la necessità di conoscere quando questi nascono, dare la possibilità di inviarli a qualcuno, sia in forma esplicita, come un destinatario di mail, o in forma implicita, quando viene emesso uno scontrino ad una cassa o viene ricevuto un ordine da un e-commerce globale. Un ottima avvisaglia di tutto questo sono le notifiche che i nostri cellulari ci mandano quando riceviamo qualche messaggio dal nostro sistema relazionale. Quando noi rispondiamo in realtà salviamo la risposta da qualche parte in cloud e diciamo a qualcuno di andarla a prendere. Questo qualcuno, debitamente avvertito da un alert, può essere un calcolatore o una persona, ma nella sostanza non cambia perché a sua volta dovrà fare qualcosa di simile.

Se a tutto questo aggiungiamo dei software di interpretazione delle informazioni, come potrebbe essere l’AI, che loro volta producono documenti e/o alert, avremo una rappresentazione abbastanza attendibile di quello che sta accadendo molto velocemente nel mondo e al quale siamo chiamati a partecipare quotidianamente quando facciamo la spesa, quando ci accorgiamo che hanno chiuso la filiale più vicina della nostra banca o aderiamo al nuovo richiamo vaccinale utilizzando lo SPID.

Digitalizzare ad oggi, mi scusino per l’approssimazione i puristi, vuol dire avere dei documenti in formato elettronico, totalmente o parzialmente interpretabili da un calcolatore, scambiabili all’interno di uno o più sistemi di messaggistica e memorizzabili in cloud sempre più ampi per essere a loro volta interpretabili da strumenti di analisi o integrabili con funzioni di carattere generale resi disponibili da altri ecosistemi tecnologici.

Queste tre caratteristiche si fondano su due assunti: sono automazioni che integrano il sistema economico, finanziario e statuale esistente e per aumentare l’efficienza devono integrare nei processi la partecipazione di noi utenti.

Questi due aspetti non sono distinguibili l’uno dall’altro, le aziende non riuscirebbero a proporcelo e noi non ne percepiremmo l’utilità visto che non sapremmo riconoscerli, sono estremamente conservativi continuando a farci percepire sempre meglio lo status quo. Siamo diventati consumatori e lo rimarremo sempre. Per una sorta di magia tutto il ben di Dio tecnologico a disposizione può solo perpetuare se stesso e d’altronde sono ben contente le grosse strutture che questo accada perché per loro cambiare il paradigma entro il quale operano è estremamente difficile. È per questo che tutto quello che serve per contrastare il cambiamento climatico non può passare da qui perché se non era concepito prima per passare adesso può diventare solo green washing.

D’altro canto reingegnerizzare i processi per rendere automatici gli scambi di documenti tra sistemi richiede molto sforzo da parte delle aziende e delle amministrazioni perché destruttura tutte le forme di controllo e le gerarchie lavorative. Questo sforzo potrebbe, in realtà, essere fatto fa tutti ma è evidente che possono, ad oggi, adeguarvisi solo quelle grosse strutture che hanno i mezzi, derivanti dalle economie di scala, per affrontare passaggi così epocali.

Per cui noi siamo chiamati a contribuire a qualcosa di più grande e spesso se siamo piccoli imprenditori, autonomi o aziende agricole possiamo partecipare solo in qualità di utenti, spesso visti come fonte di dati per profilazioni commerciali. Siamo in un sistema di interscambio documentale la cui forma e sostanza noi non possiamo cambiare.

Sono queste le considerazioni da cui siamo partiti anni fa quando abbiamo concepito Ciboprossimo. L’idea era di creare un altro ecosistema digitale, paritetico a quelli citati, che per sua definizione accogliesse in modo disintermediato degli operatori economici del settore agroalimentare fornendo a tutti loro gli stessi tre livelli di servizio: la memorizzazione di documenti standardizzati, l’interscambio all’interno della rete ma anche tra questa e gli altri ecosistemi che via via venissero a formarsi e dotandolo di tutti gli strumenti di analisi che questo avrebbe avuto bisogno.

Qual’è la differenza rispetto a quanto detto sopra? L’ecosistema è terzo rispetto alle applicazioni di ciascun soggetto rendendo così possibile l’accesso a questo paradigma applicativo a tutte le micro aziende che stanno facendo innovazione nel settore agroalimentare occupandosi veramente di cambiamento climatico. Quello che ciascuna di essa non potrebbe mai farsi da sola, potrebbe sottoscriverlo come servizio, abilitato da colleghi dello stesso sentire ecologico.

Ma la cosa più importante è che le modalità di interazione tra i soggetti sono specifiche di un settore che ha logiche basate sulla preservazione della biodiversità e quindi, non lavorando a capacità infinita, prevede soluzioni applicative completamente diverse.

Avere a disposizione un settore che, per dimensione aziendale e caratteristiche distributive e produttive, non è stato possibile far entrare negli ecosistemi tecnologici esistenti, permette di sperimentare logiche applicative dove tutta la potenzialità di quanto adesso è disponibile possa essere utilizzata al di fuori di schemi precostituiti.

Mettere l’intelligenza applicativa strutturalmente al servizio di un idea di mondo dove il benessere della comunità passa dalla preservazione del benessere dell’ambiente è un’occasione alla quale noi pensiamo non debba rinunciare nessuno.

Una supply chain dove la disponibilità di prodotto nasce dal produttore e non è in funzione di una domanda basata su stili di vita precostituiti è inconcepibile per quanto detto finora. L’utente cerca e trova prodotti che già conosce e che devono essere già disponibili. Non è possibile trovare qualcosa che ha quantità minime e disponibilità nel tempo non omogeneizzabili, spesso legate a territori specifici. Queste specificità necessitano di ecosistemi tecnologici basati sulla prossimità e sul passaggio di conoscenza visto che, per ragioni inverse a quelle elencate finora, la variabilità non può essere apprezzata se non conoscendola. Le relazioni nascono dunque tra i soggetti che formano e condividono quella conoscenza e non sono dunque paragonabili alla semplificazione necessaria ad inglobare individui all’interno di processi commerciali standard.

Le comunità diventano dunque perni di strutture di conoscenza che in modo auto-organizzato provvedono al proprio sostentamento in collaborazione a quelle loro prossime e strutturando filiere produttive consone agli obbiettivi di preservazione ambientale.

La parte tecnologica di questo ecosistema ha visto la luce circa un anno fa e durante questo periodo ha permesso ad un centinaio di aziende di connettersi tra loro scambiandosi quei prodotti dalle caratteristiche a cui abbiamo accennato.

È evidente che è stata implementata la parte b2b dell’ecosistema vista l’impossibilità di connettere i commercianti ai loro consumatori senza intermediare commercialmente questo passaggio.

Tecnicamente dunque esistono dei documenti formali che degli operatori possono scambiarsi liberamente tra loro. C’è uno spazio di relazione dove gli operatori economici, nel rispetto dei ruoli previsti, possono accedere senza barriere all’ingresso. Il formato dei documenti e la logica di interscambio risponde al terzo dei requisiti che abbiamo visto essere formalmente richiesti da reti che dovranno poi interagire con altri ecosistemi come quelli commerciali in cui verranno incontrati ad esempio i consumatori.

Cosa manca? Beh essere un’estensione dell’esistente visto che ne vogliamo creare uno diverso. Il punto è proprio questo: come fare ad attivare un numero sufficiente di operatori per cui quelli che verranno dopo di loro riescano a riconoscere quello che vedono perché è congruente alle loro aspettative? È questa la vera differenza tra l’implementare una rete ex novo e sostituire a pezzi, digitalizzandolo, un immaginario esistente.

La sfida è tra due tensioni che sembrano opporsi. Da un lato accogliere le potenzialità del nuovo paradigma basato sull’integrazione dei flussi di scambi documentali e dall’altro permettere all’idea, che se quello che mangiamo determina quello che viviamo, questo abbia il diritto di destrutturare il paradigma stesso. 

Se trovare una sintesi dal punto di vista tecnologico, vista la neutralità della stessa, è nell’ordine delle cose credo che la vera sfida sia di ottenerla dal punto di vista sociale, visto che, i portatori di interessi del secondo, non riconoscendo l’esistenza del primo, non possono strutturare all’interno di quell’universo anche le esigenze del loro. D’altro canto cambiando l’ordine dei gruppi sociali il risultato non cambia visto che l’incapacità di vedere si sposta da una tecnologia del ricambio alla possibilità di vedere complessità differenti.

Sovrapporre queste due distopie è la vera scommessa e forse l’urgenza di dare risposte al cambiamento climatico potrebbe riuscire ad aprire quelle orecchie che fino ad adesso sembrano essere utilizzate in un dialogo tra sordi.

Lavori accademici molto recenti danno indicazioni precise sulla necessità che le comunità operose includano la complessità creativa negli orizzonti di quanto deve essere cambiato. Documenti, appena pubblicati dalla Comunità Europea, sul cambiare come mangiamo per contrastare il cambiamento climatico, introducono la necessità di utilizzare la tecnologia come strumento per ottenere quei risultati che possono passare solo da un massiccio trasferimento di conoscenza.

Sono segni tangibili che possono trovare una sintesi molto efficace proprio nel far circolare nell’attuale ecosistema tecnologico monotematico anche quei documenti che riescano ad implementare le esigenze di un  modo diverso di approcciare le modalità di produrre e consumare cibo. 

Visto che gli appartenenti ad entrambe le comunità mangiano, e una percentuale molto ampia, dal 30 al 40 per cento, è sensibile al dover contribuire con le proprie scelte a fermare il cambiamento climatico crediamo che l’unico punto da risolvere sia quello di far utilizzare agli operatori economici quegli strumenti che implementano quelle modalità di produzione e distribuzione di cibo rispettose dell’ambiente.

Creare una nuova abitudine è molto più complesso che sostituire lo strumento con cui si pratica qualcosa da molto tempo ma visto che i canali tecnologici con cui verrebbe veicolata sono gli stessi e che l’intelligenza che la comunità tecnica potrebbe impiegare, dovendo creare qualcosa di nuovo legato ad una migliore concezione del proprio modo di vivere, potrebbero essere un viatico decisivo per avere strumenti consoni allo scopo.

Accanto a questa spinta si potrebbero schierare tutte quelle forme associative che rappresentano comunità che già seguono pratiche virtuose come le cooperative di comunità, le comunità energetiche, gli ecovillaggi, i distretti e le comunità del cibo, le associazioni di produttori bio e quelle a loro vicine. È molto importante che questi enti stimolino le comunità loro associate ad aderire al progetto  perché ogni singola comunità è la rappresentazione di un microcosmo relazionare e in quanto tale gli operatori in essa contenuti, riconoscendosi tra loro, continuino il  loro dialogo abituale con i nuovi strumenti basati sull’interscambio documentale.

Mettere in relazione tra loro comunità con fini originariamente differenti ma accomunate naturalmente dal bisogno di consumare cibo è un step che permetterà di sviluppare quella viralità connaturata ai sistemi di rete e al bisogno di emulazione tipico degli umani.

Da buon ultimo non dimentichiamo i benefici in termini di efficientamento dei processi che gli operatori economici trarranno dagli strumenti e dall’aumento della disponibilità informativa che sostanzia una disponibilità di cibo migliore anche per i consumatori stessi.

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