Chi è umano?

Vittima di questo gioco di specchi verbali è uno dei grandi problemi e delle grandi superstizioni del nostro tempo, vale a dire la questione della tecnica: tormento e farneticazione che ha attraversato il secolo scorso e attraversa ancora il nostro. Da Metropolis di Fritz Lang del 1927 al saggio heideggeriano famoso (nato dalla conferenza del 1953 “La questione della tecnica”, poi ristampata in Saggi e discorsi del 1954), un insensato delirio non smette di perseguitarci. Certo, in parte lo giustifica la crescente, inimmaginabile, complessità delle “macchine”, sino al timore che macchine umanoidi, fatte a nostra immagine e somiglianza, si impadroniscano un giorno di noi, traducendo in una catastrofe irrimediabile il nostro sogno di onnipotenza e la nostra pretesa di porci al posto di Dio, signore della vita e della morte. Ma soprattutto, non lo giustifica, ma lo spiega, la nostra sostanziale ignoranza; e si sa che quando la ragione dorme, affiorano i mostri. Ma ignoranza di che? In breve, di ciò che intendiamo quando parliamo di “strumento”: che cos’è uno strumento? La tecnica, si dice, è qualcosa di strumentale, è fatta di macchine e di apparati, cioè di dispositivi, come già diceva Heidegger (ecco un’altra paroletta magica senza la quale, assunta nella versione foucaultiana e del tutto ignorata nella sua radice heideggeriana, sembrerebbe che in filosofia non si possa più parlare).
La questione dunque si porrebbe così: che l’uomo, certo, è lui perbacco che inventa e crea gli strumenti; ma poi rischia di restarne schiavo. E così, senza alcun sospetto, si assumono un bel po’ di insensatezze. Anzitutto che l’uomo starebbe da una parte e la tecnica con le sue macchine e i suoi strumenti dall’altra. Ci sarebbe dunque un uomo senza strumenti e senza tecnica (ve lo figurate? Io no) che però inventa gli strumenti (come? non si sa; ma perché appunto è l’uomo: ah ecco).E poi ci sarebbero gli strumenti, che non sono l’uomo, anzi ne dipendono, ma potrebbero diventare magicamente come lui e allora per l’uomo sarebbe un bel guaio.

Un bastone è uno strumento, un martello anche, ma come nascono, come vengono alla luce come strumenti? Forse un tentativo di risposta condurrebbe a questa conclusione: che uomo e tecnica non sono affatto cose separabili, cose differenti, ma il medesimo fenomeno colto sin dalle origini in un processo crescente di implicazioni reciproche e allora molte confusioni e relative superstizioni si risolverebbero. Forse uomo e strumento sono nati insieme; forse uomo e tecnica sono il medesimo. Vediamo. Il ramo di un albero non è propriamente un bastone: come lo diventa? Per introdurci in questa sorta di genealogia dello strumento è decisivo però fare un passo indietro, cioè partire dal corpo vivente e animato. La natura del corpo vivente infatti è duplice: è un corpo attivo (Husserl diceva Leib), ma è anche un corpo passivo, un corpo-cosa (Körper). Come corpo-cosa ha una sua inerzia, una sua natura estraniata ed esposta, un suo peso estrinseco. Nel fitto della foresta, per esempio, mi faccio largo muovendo il peso del braccio a stornare le fronde davanti a me. Approfitto della “esposizione” del mio corpo nello spazio del mondo, della sua costitutiva passività come altra faccia della sua attività “mondana”, per aprirmi un varco. E così si illumina per me la possibilità di potenziare, di prolungare il mio braccio con qualcosa di esosomatico, per esempio un ramo-bastone, la cui presenza accresce e favorisce la mia azione. Questo in termini succinti l’esempio, ora dobbiamo guardarlo attentamente. Ecco il bastone: esso prolunga il braccio e l’azione del braccio ma non è il braccio. Non è a disposizione delle azioni del mio corpo come lo è il braccio; devo infatti trovarlo, sceglierlo, adattarlo, lavorarlo, conservarlo ecc. In secondo luogo, il bastone viene dal mondo, viene estratto dall’attivo ambiente circostante, ma non è più mondo, non è più mondo-ambiente, poiché ne viene infatti reciso. In tal modo il bastone esibisce la figura dell’inerzia: non qualcosa di vivente, di appartenente ai corpi e ai corpi del mondo, ma un puro oggetto (objectum, ciò che giace là, che sta di contro, Gegenstand, alla mia azione vivente). In questo modo raffigura contemporaneamente la differenza per l’azione tra vivente e inerte, “soggettivo” e “oggettivo”, qui e là: l’agente comincia a “leggersi”, per rimbalzo dalla cosa, come soggetto agente attivo-passivo: il dualismo cartesiano si è messo in cammino. Inoltre il corpo vivente o in azione non solo vede e impara dal bastone la sua attività e la sua inerzia, ma impara anche a misurarle. Il bastone gli diviene una possibile unità di misura sui generis; consente cioè di analizzare ed esperire l’ambiente circostante “a misura di bastone”, scoprendo tutto ciò che, in un certo senso, è “bastonabile” e che cosa no: si sa che i Boscimani compiono una quantità impressionante di azioni produttive intelligenti grazie agli usi del bastone che nel tempo hanno appreso. Ma soprattutto attraverso il bastone, attraverso questo inserimento del medio dell’azione, l’essere umano apprende la differenza, o si rende consapevole della differenza tra mezzo e fine, intenzione e scopo. Alla semplice (si fa per dire) azione intelligente dell’animale che immediatamente, spontaneamente, evolvendo in generale con l’ambiente, sa fare, ora si aggiunge (salto enorme e incolmabile) un agire che sa che cosa fa. Questa differenza evolutiva, in ogni senso decisiva, l’agente per così dire la legge nel mezzo esosomatico e nella sua differenza dal mezzo esosomatico. Prima il braccio era tutt’uno con la sua azione; ora l’agente comincia a imparare a distinguere: braccio e soprattutto bastone sono strumenti di un fine consapevole. In questo cammino la soglia decisiva è nondimeno ancora un’altra: una soglia che pietre e bastoni non potrebbero mai innescare da soli, anche se in molti modi la preparano e le forniscono materia indispensabile. Questa soglia è ciò che già gli antichi indicavano come l’instrumentum regium, vale a dire il linguaggio. Qui ci imbattiamo in altri diffusi pregiudizi. L’azione del linguaggio per il progresso tecnico, sociale e spirituale degli esseri umani è di tale portata che la sua riduzione a mero strumento sembra ai più inaccettabile. Questa medietà del linguaggio è a tal punto intrecciata con ogni esperienza della nostra vita, che noi ne dimentichiamo il tratto per così dire “estraneo” o “esterno”, “esosomatico”, e la identifichiamo senz’altro con la nostra autocoscienza e volontà soggettiva. In verità anche il linguaggio, nelle innumerevoli forme della sua origine, forme strettamente connesse, per l’azione riflessa della voce, al divenire “umani”, è un oggetto essenzialmente “esosomatico”. Come semplice “gesto vocale” ha l’intelligenza della comunicazione animale. Solo quando al gesto vocale accade una risposta comunitaria interiorizzata, allora il gesto si fa parola e la parola linguaggio. Solo allora alla parola espressa corrisponde sia una risposta che è comune nel tracciare il confine dei “parlanti” (quindi propriamente un significato del gesto: “Rah” significa “sole”, ovvero ciò che siamo indotti a guardare tutti insieme mentre sale all’orizzonte), sia una risposta interiorizzata per la quale io divento colui che sa che dicendo “Rah” intende il “sole”, ovvero ciò che intendono anche “gli altri”. Quante più parole impariamo, altrettanto diventiamo quindi più “umani”. Vediamo qui le due funzioni fondamentali del linguaggio. La prima è la sua azione costitutiva della coscienza comunitaria e identificante: ognuno diviene il parlante e il parlato dell’altro e cioè l’altro dell’altro, ovvero l’unità interiore ed esteriore della intersoggettività dei parlanti in un orizzonte di significati comuni. La seconda funzione è quella di avviare il cammino infinito della conoscenza analitica: le parole sono i primi algoritmi dell’umanità, esse costituiscono le unità di misura e gli strumenti mediante i quali il mondo dell’esperienza viene analizzato, tradotto e descritto.

Comincia così il lavoro della cultura che procede letteralmente come un automa, dotato di un immenso potere invisibile. In questo senso, come è stato osservato, noi siamo parlati dal linguaggio, assai più e assai prima di essere noi a parlarlo. Il linguaggio è una grande “macchina” che raccoglie e tritura l’esperienza, formando le nostre cosiddette anime sapienti, parlanti e autoparlanti; quindi consentendoci il doppio riferimento al mondo e all’io come se fossero sostanze o cose in sé. Un riferimento sempre in cammino, perché la conoscenza sociale è un lavoro infinito, i cui mobili confini sono irriducibili ai tratti e ai segni della conoscenza medesima. C’è sempre un mondo dell’esperienza che è un intero, una totalità vivente e onnicoinvolgente; è esso che innesca le innumerevoli operazioni di trascrizione linguistica e non linguistica, i nostri bastoni e ogni altro strumento: un mondo che resta strutturalmente inesauribile e irriducibile alle descrizioni e mappature conoscitive. Ogni strumento, incluso quello strumento che è la parola, analizza l’intero dell’esperienza entro il quale ognuno, in ogni istante, si trova, frequentando un mondo sconfinato e inassimilabile, un mondo materialmente, socialmente, storicamente e temporalmente ogni volta definito e transeunte. Questi mondi sono stati modellati dal lavoro umano, a partire appunto dal lavoro della parola. In ogni tempo questo lavoro si è dato i suoi strumenti e ha intessuto i suoi indispensabili discorsi, nei modi che la macchina della cultura doveva, poteva e consentiva. Ma proprio così al potere conoscitivo dell’azione umana manca sempre qualcosa, ovvero proprio ciò che quel potere sa, quindi sempre e necessariamente nella differenza e nella figura del sapere di volta in volta istituibile e concretamente in azione. D’altra parte, ogni prodotto produce una differenza conseguente. Il primitivo bastone, rivelandosi nei suoi usi possibili, manifesta anche i suoi limiti, ovvero quelle possibilità che non gli sono proprie, prefigurando l’idea di nuovi strumenti e di nuovi modi di frequentare e di manipolare il mondo. Ciò che chiamo “potere invisibile” non può far altro che innescare sempre nuovi strumenti, sempre nuovi segni, nuove parole e nuovi discorsi, perché appunto ogni prodotto produce differenza e innesca involontarie trasformazioni: progressivamente l’albero della conoscenza tende ad assorbire in sé l’albero della vita, senza peraltro mai poterlo adeguare e raggiungere. Ogni conquista, ogni traduzione, pone il fine possibile un po’ più in là. Se mi sono spiegato, si potrebbe allora concludere che ciò che si teme è già da sempre accaduto, anche se forse mai come ora si è reso possibile “vederlo”. Il potere dell’automa, cioè della macchina semovente della “cultura”, ha già avviato la traduzione progressiva del corpo vivente nelle infinite protesi oggettivanti della conoscenza analitica: un lavoro che ha trovato nella scienza moderna una accelerazione al tempo stesso meravigliosa e preoccupante. Invece delle fantasie notturne di macchine pensanti, di automi somigliantissimi che si introducono nei nostri letti e ci rubano il posto sostituendoci presso i nostri amati partner (fantasia sciocca, che non sa che cosa comporti il “pensare”, quale totalità sintetica diveniente, irriducibile a qualsivoglia struttura analitica e posticcia, il pensare sia), è di ben altro che dovremmo preoccuparci, di ben altro prendere coscienza e tentare, nei modi analitici e sintetici della nostra sapienza complessiva, di fronteggiare e, se necessario e possibile, di modificare a vantaggio della vita comune, nostra e del pianeta. Questo qualcosa già l’abbiamo ripetutamente nominato: è il lavoro umano, nelle sue inesauribili componenti. Detto altrimenti: non sono le macchine il problema, ma ciò che già Nietzsche indicava come “i nostri spensierati ingegneri” e, nella versione di Whitehead, [potete finire l’articolo di Carlo Sini su Oracoli a pagina 9/10 grazie alla segnalazione di  Che Fare]

L’intelligenza è artificiale: il destino dell’umanità oltre Bradbury, Dick e Kubrick


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