Leggendo Uomini 4.0: ritorno al futuro. Creare valore esplorando la complessità ho rivissuto lo stupore che provavano Marty McFly e Emmet Brown quando la loro macchina riusciva a tornare in quel futuro da dove era partita. Messo a disposizione gratuitamente dalla Franco Angeli per la sua strategia Open Access è un buon punto di partenza per snocciolarne altri in cui mi sono avventurato e scoprire come si immaginano un oggi proiettato nel futuro Enzo Rullani e altri. La tensione della trama derivava, come deve accadere in ogni buon film sulle macchine del tempo, dal verificare se le azioni compiute nel passato raggiunto avrebbero mutato il futuro da cui venivano rendendo o meno possibile quel ritorno. Possiamo dunque dire che l’attrazione per la loro DeLorean DMC-12 derivava dal poter utilizzare quello che di buono quella scoperta poteva produrre nel loro oggi.

In essi abbiamo trovato non solo la conferma della sinergia portante di questa transizione – tra crescita della digitalizzazione e della complessità ammessa – ma anche le indicazioni necessarie per il percorso da seguire in questa sorta di “ritorno al futuro”, verso un mondo che rimette al centro dei sistemi produttivi la creatività delle persone e il valore dei processi di condivisione collaborativa, in ecologie estese che comprendono molti sistemi auto- organizzatori e molte intelligenze personali, orientate verso scopi comuni.

Quando, e siamo solo nella introduzione, ho letto queste parole mi è venuto naturale pensare che non era così sbagliato fare un punto barca per inscritto su quanto ho fatto in questi ultimi anni e per, non incorrere in altre appropriazioni indebite, torno ad invitarvi a leggere quello e i testi ad esso collegati per vedere che dialettica possa esserci tra loro e quanto sto ricordando.

I Like di Facebook

Ogni volta che qualcuno tocca il viaggiare nel tempo tempo, evocando un’impossibilità attuale, pone sempre l’accento su cosa succederebbe all’umanità se nel futuro accadesse quel determinato evento e quando il 21/4/2010 alla Facebook F8 annuncia la forma social e cioè la possibilità di utilizzare I Like, resa disponibile appena un’anno prima il 9/2/2009, in tutti i siti che ne avessero avuto la necessità, forse con eccessivo entusiasmo, ho avuto un brivido simile.

9/2/2009 Facebook attiva il like button dentro la sua piattaforma

Ero in un luogo molto particolare e l’idea che le persone per la prima volta potessero esprimere un loro giudizio in qualsiasi sito visitassero mi affascinò molto perché, è vero che il web aveva già connesso tutte le parti del globo, ma fino ad allora, almeno per quanto ne sapevo io, era la prima volta che gli utenti avevano la possibilità di interagire tra loro in modo strutturale. Si perché già allora ero cosciente che il digital divide era un grosso problema e gli utenti sono divisi come minimo in due grandi categorie quelli che propongono, scrivendo ecc. e che avevano già la loro possibilità di esprimersi attraverso i blog, siti personali e quant’altro, e quelli che reagiscono a quello che trovano e che fino ad allora non avevano alcuna opportunità di farlo. Ma la cosa veramente affascinante era che tutti i siti avrebbero avuto la possibilità di connettersi l’un l’altro oltre il semplice uso dei link.

Se ci pensate bene sono passati solo 12 anni e qualche mese da quella fatidica data ed è successo di tutto facendo decadere molte delle promesse che quel giorno faceva presagire o forse semplicemente svelando un pò di più cosa quel giorno aveva portato alla luce. Sappiamo tutti che anziché integrare diversità si sono ingrandite le sfere di dominio e si è proposta la grandezza come imponenza presto emulata da altri. Quello che in quei giorni era platealmente visibile, oggi accade più in sordina a livello di integrazione tra sistemi, come probabilmente doveva essere, visto che, come pavoni, amiamo farci vedere con il vestito che ci distingue dagli altri relegando manifattura e tessuti ad un livello di appariscenza che possono distinguere solo gli esperti.

Ma questo non toglie che nel 2010 io interpretai quello che accadde come il segno che è possibile fare qualcosa che sia utilizzabile da tutti a livello globale. A quei tempi il tutti era inclusivo non perché eravamo così ingenui da non pensare quanto fosse pericoloso che lo implementasse una piattaforma proprietaria e non il Web in quanto tale, ma perché eravamo contenti del godere del fatto che qualcuno aveva pensato ad una necessità di tutti e ne aveva reso disponibile una soluzione. Sapevamo che avremo dovuto aspettare un pò per vedere che cosa sarebbe successo. Ma è da lì che parte lo schema di evidenziare un’esigenza globale, darne un’interpretazione tecnologica che messa a disposizione di tutti avrebbe fatto emergere molto di quello che adesso sappiamo.

Essendo noi oggi in quel futuro prospettato da quell’atto specifico possiamo dire che individuare un problema globale per cui sia coinvolgibile il più alto numero di persone e fare in modo che questi riescano, collaborando, a costruire una soluzione collettiva era e rimane un’ottima intuizione indipendentemente dal fatto che questa possa dar seguito anche a delle esternalità negative. Da qual giorno possiamo dire che abbiamo ereditato l’idea che abbiamo il diritto di generalizzare delle intuizioni e farle diventare pratiche che pervadono il nostro futuro. Credo che questo sia in fondo l’idea che sta alla base della complessità creativa che devono avere gli Uomini 4.0.

Con la sensazione di avere quella consapevolezza, ben conscio che tentare non implica che ci si debba riuscire, mi sono subito posto una serie di domande su quali competenze avrei dovuto avere per poter impostare un progetto che avesse tracce del sentire che aveva portato all’istituire la versione social dell’I Like.

Il nome e la pagina

Naturalmente l’anno dopo, precisamente il 24/2/2011 andiamo su Facebook e ci siamo tuttora anche se una volta superati i 100.000 fans, anni fa, abbiamo smesso di analizzarlo lavorandoci sopra ma abbiamo iniziato a guardarlo per quello che era diventato, un canale commerciale tout court dove l’unico a guadagnarci è quello che da’ le carte. Ma era importante andarci perché ai tempi d’oro contattavamo 600.000 persone mensilmente e in rete con altri superavamo alcuni milioni e quindi era un’ottima base per testare se esisteva una comunità virtuale che era interessata ai temi che avevamo messi al centro del nostro discorso.

In questo andirivieni temporale è interessante vedere che quanto noi abbiamo verificato dal basso è ampiamente certificato da queste ricerche fatte recentemente per le Giornate di Bertinoro anche se l’analisi di questi temi per me è sempre partita un punto di vista un pò di parte: il cibo.

A quei tempi avevo scommesso sul cibo come elemento che interessasse tutti e avevo utilizzato la parola allora poco utilizzata di prossimo. La polisemia si è rivelata vincente perché tutti i tre significati nel tempo hanno fornito percorsi di analisi. Da qui il nome che ci serviva per iniziare a dar corpo al progetto.

Nell’accezione di futuro ne stiamo parlando ancora con questo documento.

Come vicinanza direi che la migliore traccia lasciata è nel nome del sito applicativo principale, anche se la parola non si sovrappone perfettamente ma capirete poi il perché, locali.ciboprossimo.net. Una delle strade più feconde che ho dovuto percorrere è stata l’incontro con i territorialisti. Ho avuto l’onore di stabilire amicizie profonde con alcuni di loro e tramite queste ho avuto l’opportunità di seguirli molto da vicino. E’ da loro che viene anche l’altro nome dei nostri siti abitanti.ciboprossimo.net.

L’includere l’altro, terzo significato, nella nostra quotidianità è qualcosa che non è disgiunta dall’idea di abitare un luogo. La coscienza di luogo e l’abitare sono realmente gli elementi fondativi di una prospettiva diversa in grado di dare supporto teorico ad una lettura critica dell’oggi dandone però una alternativa credibile e attuabile. La contrapposizione luoghi e flussi è stato uno degli schemi mentali che mi ha aiutato a leggere e quindi a comprendere la struttura di quello che stiamo vivendo e quindi di quello che possiamo proporre per cambiarlo. L’inclusione della complessità finalmente attuabile nel nostro approcciarsi al mondo sintetizza bene il passaggio da un mondo basato sui flussi ad uno incentrato sui luoghi. La mia impressione è che solo luoghi che si fanno carico del loro destino possono affezionarsi alla complessità come leva della loro quotidianità. Uso la parola luogo quasi come sinonimo di comunità per includere la fisicità nel progetto visto che solo se il vivere diventa centrale è possibile ricondurre il lavorare al suo servizio facendo ritornare l’autopoiesi di se stessi centrale nel nostro quotidiano. Abbiamo bisogno di vedere i risultati di quello che facciamo e non c’è niente di meglio che modellare dove viviamo. Quindi abbiamo bisogno di locali dove stare. E’ la conoscenza che deve essere al nostro servizio e non viceversa. Non la tecnologia che imbriglia semplificando il mondo per industrializzarne i contenuti ma tecnologia che possiamo fruire dove ci serve.

Stampanti 3d

Credo di avere visto questo video molto prima di avere capito la centralità dei luoghi anche perché qua lo stoccaggio della conoscenza e la sua restituzione è vista comunque in ottica individuale altro tema funzionale ai flussi perché rende asettico il motivo per cui devo conoscere qualcosa. Mi si rompe un oggetto e so come ricostruirlo, ma il vero tema è se devo costruire qualcosa che non conosco e uso la rete per ottenerla. D’altro canto è attraverso la colonizzazione del vocabolario che si definisce il possibile e quindi è fondamentale rendere fruibile nella forma più comoda quel lessico e solo quel lessico. E’ solo quando c’è la necessità di conoscere l’ignoto che ho bisogno della complessità creativa. E’ quando ho bisogno di costruire qualcosa e non conosco le parole che lo definiscono che creo conoscenza. E’ la voglia di fare che guida la voglia di conoscere. Questo video, pur con le sue ingenuità, è la migliore rappresentazione che abbia mai trovato per evocare forse il tassello più importante che sono venuto a scoprire: come è possibile trasferire conoscenza se questa è portatrice di complessità. Sono arrivato alla conclusione che sia possibile farlo solo vivendo insieme che non vuol dire assolutamente stare sotto lo stesso tetto ma fare delle cose insieme.

Come in tutti i sistemi auto-organizzanti la comprensione è avvenuta nel tempo e tutto quello che passava ha preso forma, superata una determinata soglia, proprio come per i missomiceti causalmente messi qua solo ora ma incontrati poco dopo la pubblicazione del libro di De Toni quindi molti anni fa.

Il trasferimento di conoscenza non è un di cui ma è l’elemento fondativo per creare comunità e quindi stimolare quell’agire che avevo riconosciuto come vincente nella soluzione nata nel 2010.

Comunità di Pratica

Ma trasferire conoscenze per strutturare interazioni tra le persone è alla base della teoria delle Comunità di Pratiche capitate per caso anche loro sul mio percorso. Vedere il Mondo come un sistema di Apprendimento era un ottimo approccio per cercare di emulare quanto aveva fatto Facebook nel 2010.

Nel frattempo si era sviluppata la Sharing Economy, la Dig Economy strutturava sempre più il mercato del lavoro. Le cryptovalute mi hanno fatto deviare dal percorso in modo profondo ma avevo la sensazione che quanto stavo intuendo resisteva all’urto delle critiche che la digitalizzazione stava subendo a causa dell’evoluzione che aveva preso a partire da quanto era stato generato ormai 12 anni fa.

E’ evidente che bisognava creare nuovi ecosistemi tecnologici inclusivi dell’attività di molti ma che questi non dovessero diventare nuove piattaforme di estrazione del valore. L’avevamo previsto ed è per questo che ciboprossimo è nato prima come comitato teso alla costruzione di una fondazione che custodendo i dati che avrebbe raccolto (big data) questi potessero diventare di pubblico dominio. Non essendo stato possibile proseguire quel percorso un buon compromesso, dovuto ad un precipitare di eventi, è stato costituire una benefit company che ha delle prospettive di impegno paragonabili.

Il Cibo

Se la polisemia di prossimo ha dato ottimi stimoli di indagine chiaramente non dobbiamo sottovalutare la parola cibo. Ormai è noto a tutti che il 33% delle cause dei problemi dovuti dal cambiamento climatico derivano da come produciamo e consumiamo cibo. E’ la parola cibo che potrebbe fornire il motivo dell’agire della comunità, il dominio del problema che strutturato in pratiche costituirà la/le comunità. Se prossimo indicava dunque dove andare e con chi il cibo forniva il perché.

Il come era fornito dalla parola unione delle due voci perché è evidente che il come andare da qualche parte è influenzato dalle caratteristiche della destinazione. Abbiamo accennato ai luoghi e non è un caso che abbiamo utilizzato la parola locali come suo improprio sinonimo. Ce ne scusino i puristi ma l’obbiettivo era di far convergere l’energia della complessità di un luogo sul bar di paese. Ci siamo convinti sin da subito che per avere del cibo che fosse buono, perché la sua produzione tenesse conto delle esigenze della nostra Terra, dovevamo riportare la centralità organizzativa sulla bottega, il ristorante, l’agriturismo, il trasformatore locale perché solo loro avendo la capacità di catalizzare la domanda sono in grado di organizzare l’offerta. Ragionare in termine di luogo non è dunque solo un problema di ottimizzazione della logistica ma è un occasione per organizzare quel trasferimento di conoscenza che può avvenire solo se uno è interessato a che cosa deve apprendere e cosa c’è di meglio di occuparsi di se stessi e quindi del luogo che si è deciso di abitare. Essere interessato a qualcosa per me vuol dire comprenderlo per agire nell’ottenerlo. E’ insomma una sorta di corto circuito dove tutto quello che avevamo detto collassa e come nei missomiceti si passa da essere monocellulari ad esseri pluricellulari che agiscono in modo più incisivo per superare quella scarsità futura provocata dai nostri comportamenti scioccamente estrattivi delle risorse non rigenerabili della terra.

Queste scelte ci permettono di selezionare gli operatori economici, commercianti, trasformatori e produttori di cibo e utilizzando due concetti derivanti dall’idea di locale, la sussidiarietà e le filiere ci permettono di individuare quali leve possono utilizzare gli abitanti per ottenere quel cibo che hanno bisogno. Se cerco qualcosa e non lo trovo devo sapere chi ne fa le veci. Chi c’è di meglio del prossimo, di quello che abita nel comune vicino e così via? Se devo organizzare quello che mangio devo conoscere come si produce e quindi le filiere locali diventano un elemento strutturante sia del mio pensiero che del mio territorio. Non dimentichiamo mai l’importanza di colonizzare il dizionario.

Ma soprattutto per poter scegliere devo conoscere. Esistono tecniche agricole rispettose dell’ambiente. Cosa sottendono non è semplice ma quello che è certo che sono antitetiche alla semplificazione derivata dal controllo necessario della Natura imposta dall’industrializzazione dell’agricoltura. Sono processi complessi che vanno ripresi e attualizzati ma che impongono una visione diversa del vivere e in quanto tali sono collanti per scelte comunitarie.

Andare sul campo

Per guardare con occhio diverso il cibo che è nel nostro piatto e mettere la sua complessità al centro delle nostre scelte bisogna che vengano affrontati due prerequisiti: che abbia la possibilità di capire che cosa devo fare ma più importante che lo possa fare. Ed è per questo che ci viene ancora incontro quanto sappiamo sulla complessità.

Il gioco della vita, testimoniando che questa emerge dall’interazione di semplici elementi, pone ancora l’idea che un buon metodo per affrontare la complessità è agire a partire da elementi di base che ci permettano di ottenere risultati congruenti con quanto vorremmo affrontare. L’apprendere tecniche agricole che possiamo mettere in campo direttamente, partecipare con le nostre scelte alla costruzione del proprio ecosistema locale del cibo sono mattoncini non proprio elementari ma comunque attinenti alle capacità medie di ciascun individuo. In questi anni mi sono dedicato a comprendere quanti meccanismi ci siano nelle nuove pratiche agricole e tutti hanno una base che permette da un lato di comprendere che benefici portano e dall’altro offrono la possibilità di intervento diretto e quindi sono ottimi stimoli per lo sviluppo di programmi informatici in grado di connettere tra loro tutti quelli che vogliono prendersi cura del nostro futuro. Ho verificato l’esistenza di tutte le componenti anche di sistemi complessi a partire dall’immaginario che li sottintende per arrivare alle componenti territoriali più recondite. Ho provato a stimolare comunità cittadine ad agire per il proprio cibo, con azioni singole e collettive, economiche o di attivismo verificando che se esiste un comune sentire l’attività discreta orientata ad affrontare un singolo obbiettivo viene portata a compimento con entusiasmo. Tentare di fondare comunità su un sapere più complesso è possibile ma ho scoperto che è solo davanti ad azioni concrete che questo viene compreso perché utilizzabile.

Un elemento chiave di tutto questo percorso è stato comunque un casuale viaggio in Olanda. Il sistema ferroviario olandese mi ha affascinato moltissimo facendomi toccare con mano quali sono alcuni degli elementi che strutturano un sistema complesso, cosa di questo deve essere percepito quando non lo si conosce, ma soprattutto come la sua struttura cambia il modo di vivere.

Tornare in campo

Ho girato moltissimo e ho parlato di queste con moltissime persone. Con tantissime comunità sono rimasto in ottimi rapporti e con alcuni ho stretto profonde amicizie ma se sono passati 12 anni e ancora ne parlo come se tutto questo fosse ancora sulla carta qualcosa non deve essere andato per il dritto. Gira e rigira ho compreso che se non avessero visto non avrebbero potuto credere.

Si può immaginare un ecosistema che si basi su quanto evocato all’inizio, si possono indagare le competenze specifiche necessarie far funzionare le singole parti dell’intero progetto ma implementarlo tecnologicamente non è salutare proprio per le caratteristiche di globalità che lo presuppongono.

Per lungo tempo ho sposato questa tesi ma lo stare fermo su una sedia, come tutti sotto lockdown, mi ha spinto a superare quel tabù e ho costruito l’applicativo che grosso modo risponde ai requisiti sin qui tratteggiati.

Questo salto di scala mi ha permesso di aggiungere all’elenco delle risposte ottenute in questi anni anche la garanzia che la maturità che la tecnologia ha raggiunto è in grado di supportare quanto detto. Gli ecosistemi utilizzano ormai tecnologie comuni le une alle altre e soprattutto ciascuno nasce per poter cooperare con gli altri. Questo aumenta il livello di complessità da un lato ma dall’altro l’effetto leva attuale e soprattutto quello futuro è incredibile.

Astengo : i comuni

Requisiti applicativi

Quanto vi ho detto fino ad adesso è sostanzialmente una raccolta di requisiti applicativi. Se corrisponde a quanto ci dovrebbe essere in una buona applicazione che implementasse i presupposti da cui siamo partiti, forse merita osservarli in una forma più analitica.

Deve essere una rete dove le persone possono congiungersi l’un l’altro in maniera libera. E’ una rete tesa ad uno scopo per cui i ruoli che le persone possono ricoprire sono determinati. Dobbiamo costruire dei luoghi al cui centro ci sono dei locali, siano essi botteghe, ristoranti, agriturismi, trasformatori e che siano forniti da produttori agricoli. Gli obbiettivi che devono essere posti come elementi di scelta sono la prossimità e l’utilizzo delle filiere locali. Ecco il motivo dell’insistenza sulla disintermediazione. La definizione degli elementi che caratterizzano un operatore deve essere delegata alla comunità e quindi essere esterna al sistema. Il sistema deve restituire alla comunità allargata, per intenderci quella non solo degli operatori economici, dove comprare. L’ecosistema non deve essere concepito come tecnologico ma abilitare attraverso la tecnologia le relazioni esistenti utilizzando quando più possibile strumenti standard e costruendo solo quanto non è presente ed è necessario a raggiungere gli scopi che tutti si prefiggono. Siamo tra gli altri a costruire quello che ci fa bene. Gli elementi sociali sono fondamentali sia per stimolare l’emersione dei nodi interni ma soprattutto per fare emergere quelli reali. Gli strumenti alla base di questi sono pratiche che hanno lo scopo di trasferire la conoscenza alla base del dominio del problema. Ogni funzione deve essere riconosciuta e deve implicare la necessità di relazione per essere utilizzata. I risultati devono essere visibili per dare il senso di un’operatività comune. E così via.

Un grafo possibile derivante dall’iterazione dei soggetti coinvolti

Il big data così ottenuto, come tutte le basi dati complesse, potrà fornire utili interpretazioni se analizzato con grafi, intelligenza artificiale o quanto le tecnologie emergenti ci mettono a disposizione. L’importante è che diventino strumenti utilizzati da tutti, in un grande laboratorio, per ottenere quel mix di conoscenze che solo l’incontro tra competenze complementari permette, siano esse di tipo accademico che derivanti dal mondo produttivo. Il disegno del territorio ma soprattutto il bilanciamento tra domanda e offerta, tutto da dimostrare perché sottintende un cambio di paradigma a livello del sistema agroalimentare italiano, è una sfida sulla quale catalizzare intelligenze e volontà, guidati non da una progettualità astratta ma dalla voglia di vivere in modo diverso.

Questo collassare del teorico nel pratico alimentato si dalla consapevolezza della gravità della crisi in corso, ma sopratutto dal sentire che con la propria azione qualcosa è possibile fare, è il contesto entro in quale fare agire le persone con quei piccoli atti che abbiamo visto nel Gioco della Vita, potendo finalmente mettersi in attesa per veder nascere figure di collegamento tra territori, tra professioni diverse, tra filiere produttive diverse.

Insomma la complessità non va evocata ma va riconosciuta dove esiste già, gli attori ci sono già, il problema del cambiamento climatico esiste già, accompagnandone l’emersione con tutto quello che di lei conosciamo già e con tutto quello che ci può insegnare.

Smart Grid elettrica come cambio di paradigma da emulare nell’alimentare passando dalla GDO ad una distribuzione e produzione locale

Quello che avete appena letto non è solo un elenco di funzionalità ma sono le caratteristiche applicative di qualcosa che esiste e che attraverso il suo funzionamento ha attirato 100 aziende a registrarsi. I nodi di questa rete hanno utilizzato le funzioni disponibili iniziando a collaborare tra loro creando oltre 150 legami. Delle persone stanno mangiando grazie a questo e spero che ci riescano anche domani.

Difficoltà

Dunque se tecnologicamente è stato più difficile dirlo che farlo, socialmente è l’esatto contrario visto che per quanto ho capito l’idea di vedere il mondo attraverso la costruzione di pratiche è difficilmente riscontrabile, almeno negli ambienti che ho frequentato in questi anni. Riconoscere che la digitalizzazione non è altro che costruire pratiche sembra non appartenere al DNA di questo Paese.

Mentre è facile trovare soluzioni che digitalizzano l’esistente, difficile è concepire qualcosa che non avevo mai fatto prima ma che ritengo utile per la mia vita. E’ per questo che abbiamo bisogno di un progetto grande, non solo dimensionalmente ma nelle prospettive che si pone, non tanto per concluderlo ma per iniziare a porre i temi in modo diverso e permettere a competenze diverse di incontrarsi e confrontarsi con qualcosa che è il risultato delle azione che loro compiono.

Le criptovalute e gli NFT non avrebbero potuto nascere qui, non perché non ci sono le competenze informatiche ma perché non si comprende la loro capacità di costruire mondi. E’ per questo che si continua a rendere più efficiente l’esistente, anche cambiando tecnologie, ma non ci si pone mai il problema di cambiare il dizionario che lo sottende.

E’ per questo che il ritorno al futuro passa proprio dal capire che il valore deve essere creato passando dalla complessità. Grazie per il libro/i.

Fonte Immagine di copertina

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